Il palazzo degli alberi ospita anche gli umani


Corriere della Sera
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In una foto del 1972, l’architetto e artista austriaco Friedensreich Hundertwasser passeggia per le strade di Milano con un albero da piantare, evocando un’architettura biologica, che permetta agli alberi di convivere con gli uomini. Dieci anni più tardi, a Kassel (in Germania), Joseph Beuys accumula davanti al Museo Federiciano un triangolo formato da 7 mila pietre di basalto. Versando una piccola somma, chiunque può «adottare» una pietra — il ricavato servirà a piantare una quercia. Così, gradualmente, mentre il cumulo di pietre diminuisce, 7 mila nuove querce, con alla base una pietra di basalto, compaiono nei viali, nelle piazze, nei cortili di Kassel.

Pur se ispirata a queste e altre pratiche artistiche sulla coabitazione tra alberi e umani, l’idea del Bosco verticale ha tutt’altra origine. Nasce a Dubai, nell’aprile 2007, da una riflessione sulla crescita frenetica di una città nel deserto, culla del nuovo capitalismo petrolifero e finanziario. Dubai sorgeva grazie a decine di grattacieli; tutti rivestiti di vetro o di metallo; tutti riflettenti la luce solare e dunque generatori di calore nell’aria e sul suolo. Proprio in quei mesi, l’«Harvard Design Magazine» pubblicava una ricerca di Alejandro Zaera Polo secondo cui il 94% degli edifici alti costruiti dopo il 2000 erano rivestiti in vetro. Pelli vetrate in una città sempre più minerale.

Tornato in Italia, di fronte all’occasione di progettare due edifici alti nel centro di Milano, ho cominciato a immaginare due torri biologiche, rivestite di foglie. Foglie di piante, di arbusti, ma soprattutto foglie di alberi. Due torri rivestite di vita. È nata così la scommessa del Bosco verticale: due edifici che s’innalzano per 120 e 90 metri capaci di portare quasi 800 alberi alti dai 3 ai 9 metri nel cielo di Milano — oltre a 4 mila arbusti, 15 mila tra rampicanti e piante perenni. Un esperimento di botanica e architettura che punta a ridurre i consumi energetici grazie al filtro che una pelle discontinua di foglie esercita sulla luce solare e al microclima che si crea nei balconi. Una pelle che in piccola parte contribuirà a pulire l’aria di Milano, assorbendo, oltre all’anidride carbonica, le polveri sottili prodotte dal traffico urbano.

Ma l’aspetto più radicale dell’esperimento — perché tale è — del Bosco verticale consiste nel rapporto due/uno tra alberi e abitanti. Nell’idea di una Casa per alberi, che ospita anche degli umani. E proprio oggi che questi ultimi cominciano a entrare negli appartamenti già abitati dalle piante, mi rendo conto che la vera questione che il Bosco verticale pone non è quella — pur cruciale — della sostenibilità, ma piuttosto quella della biodiversità. Ospitare 21 mila piante appartenenti a più di 100 diverse specie, significa infatti innestare l’equivalente di una foresta di 2 ettari su un fazzoletto di terreno di 1.500 metri quadri, al centro di una grande città. Un ecosistema vivente e variegato che oltre alle piante ospita già numerosi nidi e richiama popolazioni di uccelli che avevano abbandonato il cielo di Milano. Un ecosistema complesso e dunque non totalmente prevedibile nei suoi sviluppi, che alcuni biologi stanno monitorando come un laboratorio vivente.

Mi sono chiesto perché sia così difficile sensibilizzare la politica sul tema della biodiversità, sul rischio di estinzione di centinaia di specie vegetali e faunistiche. La verità è che se oggi guardiamo il mondo nella prospettiva — di grande successo — della sostenibilità, lo facciamo stando ben fermi sul nostro piedestallo di specie egemone, che si guarda bene dal perdere il suo controllo sul mondo. Se invece accettiamo la prospettiva della biodiversità e lo facciamo fino in fondo, siamo costretti a sviluppare un’etica non antropocentrica sul nostro pianeta, sui nostri territori, sulle nostre città. Siamo costretti a pensarci come una tra le tante specie viventi e a immaginare che ci possano, anzi ci debbano essere luoghi in questo pianeta dove noi semplicemente non dobbiamo e possiamo essere al centro.

Se pensare al mondo nella prospettiva della sostenibilità significa preoccuparci di ridurre la nostra «impronta» sul pianeta ma restando ben al centro di esso, pensarlo nella prospettiva della biodiversità significa considerarci — come ha in origine fatto il pensiero ecologico radicale — come una delle presenze viventi; una presenza da regolare e in molti casi, con un gesto di autolimitazione, ritrarre. Come sanno fare solo i grandi artisti, Hundertwasser e Joseph Beuys hanno anticipato 30 anni fa la grande sfida di questo inizio di millennio che ha visto la maggioranza della popolazione del pianeta diventare popolazione urbana. Trasformare le rocce in alberi significa infatti trasformare gli spazi domestici e di vita in luoghi abitati da migliaia di specie vegetali. Significa imparare a coabitare con gli alberi, con la loro presenza e i loro ritmi di crescita, e con la loro straordinaria capacità di ospitare e rigenerare, anche nelle zone più inquinate e congestionate del mondo urbano, la ricchezza delle specie viventi.

Stefano Boeri

 

Se il Mediterraneo diventa una trappola

Se il Mediterraneo diventa una trappola

L’operazione Mare Nostrum è un fallimento. Va conclusa al più presto e senza esitare

Francesco Alberoni – Lun, 25/08/2014 – 15:59

L’operazione Mare nostrum è una trappola in cui noi italiani ci siamo messi da soli e da cui non riusciamo a uscire perché, se interrompiamo il pattugliamento e l’assistenza, veniamo accusati di fare annegare i disgraziati che gli scafisti mettono apposta su delle barche sfondate e stracariche perché sanno che siamo obbligati ad andarli a salvare.

 

I militari della Marina soccorrono i migranti in mare aperto

Una trappola perché siamo diventati orgogliosi della nostra bontà, facciamo a gara nel dare aiuto e ce ne vantiamo. Ma poi non sappiamo come dare un alloggio, dare un lavoro, mantenere economicamente coloro che abbiano salvato. Già ora abbiamo centomila persone che vagano nelle stazioni, nei parchi e ce ne sono altre centomila che stanno per arrivare. Con l’arrivo dell’ inverno, rischiamo un catastrofe.

Se vogliamo che gli Usa e gli altri Paesi europei intervengano è perfettamente inutile che glielo chiediamo con voce piagnucolosa. Non fanno e non faranno niente. Per costringerli a intervenire dobbiamo farli sentire responsabili delle morti e dei naufragi che avvengono nel Mediterraneo. Come? Il governo deve annunciare un decreto con cui, a una data precisa, sospende Mare nostrum, reintroduce il reato di immigrazione clandestina, sospende tutti i salvataggi e trasbordi sul suolo italiano. Daremo cibo, acqua e medicine ai clandestini in pericolo, ma saranno riportati dove sono partiti.

Naturalmente tutti urleranno allo scandalo e allora il presidente del consiglio Renzi vada negli Usa, vada in Inghilterra, in Francia, in Germania in Russia, in Cina per dire che è dovere di tutti far finire questo scempio e che è giunto il momento di organizzare una Conferenza Internazionale sull’Immigrazione nel Mediterraneo, coinvolgendo i paesi rivieraschi Turchia Siria, Libano, Israele, Egitto, Libia, Tunisia Algeria e Marocco. In questa conferenza devono venire stabilite le regole

internazionali per le quote, gli imbarchi, le destinazioni e i soccorsi. Creando anche una flotta comune che le faccia rispettare, pattugliando il mare e le coste da cui partono gli irregolari.